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La persona da assistere è uno sconosciuto.

La badante l'invasore.

dallo scontro all'incontro

· assistente familiare,cura,assistenza

Il lavoro di cura si esprime nell’incontro tra due persone e utilizza come strumento principale e trasversale la relazione interpersonale. Tale relazione è mediata fondamentalmente dal corpo, o meglio dai corpi: il corpo dell’assistito ed il corpo dell’assistente.

Il corpo rappresenta la manifestazione della persona, della sua storia, della sua condizione di autonomia, dipendenza, salute o malattia. L’incontro di movimenti unici che caratterizzano le persone differenziandole una dall’altra.

Per l’anziano trovarsi in situazione di disagio, dipendenza e solitudine è triste, deprimente, soprattutto quando si identifica in un corpo che rifiuta, che non riconosce più e gli provoca dolore.

Il ruolo dell’assistente famigliare attraverso il lavoro svolto le permette di essere un punto di riferimento, uno stimolo, un pensiero per la persona che sta accudendo in una quotidianità caratterizzata dalla ripetitività di bisogni da soddisfare e di gesti di aiuto da realizzare.

La quotidianità si arricchisce di incontri-scontri tra le persone interessate e richiede una costante e faticosa ricerca di significati, aggiustamenti, modificazioni che tendano all’ascolto dei movimenti, sguardi ed emozioni per poter costruire una relazione significativa che si basi sul rispetto reciproco, sulla incondizionata fiducia per affidarsi all’altro.

La relazione è costruita interamente dalle persone coinvolte in essa, che possono renderla più o meno superficiale, più o meno matura, più o meno intima. Essenziale è stabilire il grado di “condivisione” esistente tra le persone interessate, consistente non solo nel fare insieme (che è comunque di estrema importanza), quanto nel rendere partecipi gli altri di ciò che si è fatto, detto, pensato e vissuto facendolo in tal modo sentire parte di una esperienza comune.

Non è essenziale fare grandi cose, avere risposte sempre pronte e risolvere in modo impeccabile i problemi, il legame si può creare anche solo con un sorriso, una carezza, uno sguardo, un abbraccio, nell’aggiustare un abito sgualcito, sistemando un capello fuori posto o stando in silenzio quando è necessario.

L’anziano bisognoso di aiuto necessita di discrezione, non di curiosità, non di troppa voglia di fare ma di qualcuno che entri nella sua vita in punta di piedi, progressivamente, accettando anche rifiuti o atteggiamenti negativi.

Non dare nulla per scontato anche se si ha una grande esperienza nel campo dell'assistenza è regola non di seconda importanza. Ogni anziano è diverso, una persona unica, non solo nei bisogni ma anche nelle potenzialità. Conoscere la malattia di cui è affetta la persona non significa conoscere colui che ci sta di fronte.

Proviamo ad immaginare una persona affetta da demenza, qui la malattia assume manifestazioni differenti con un decorso completamente diverso in tempi e fasi. Qualcuno può avere grandi difficoltà a dialogare, altri parlano senza mai smettere. Alcune persone manifestano apatia , alte iperattività... sono solo alcuni esempi davvero banali ma chiariscono come conoscere la demenza non ci assicuri di conoscere la persona con cui andremo ad interagire. Detto ciò, per un assistente familiare, ma anche per qualsiasi operatore, me compresa, la famiglia rappresenta una fonte preziosa di informazioni a cui possiamo e dobbiamo attingere. Coinvolgerla, scambiarsi informazioni, raccontare la giornata senza paura di essere giudicati o apparire incapaci è importante.

Osservare il comportamento dell’anziano e capire come egli si percepisce e come pensa che gli altri lo percepiscano, ascoltarlo senza giudizio, senza interromperlo o intromissioni è l'altro grande compito che ci viene richiesto. Tutto ciò ci permette di definire una relazione basata sulla reale accettazione della persona che stiamo assistendo per quello che manifesta ,che prova, andando oltre la malattia, le mancanze o i semplici bisogni.

Prendersi cura è prestare attenzione ad ogni piccolo particolare, sforzarsi di conoscere e di comprendere chi si ha davanti, le sue abilità, gli interessi, la sua storia e condividere con lui il nostro essere, la nostra imperfezione, il nostro umore, i nostri ricordi.

Solo così uno scontro può portare ad un incontro, far nascere una relazione non più di cura ma “che” cura.
Una relazione che mette in campo due persone, due corpi con storie, affettività, condizioni differenti dove la dipendenza incontra l’autonomia, la salute incontra la malattia in una quotidianità caratterizzata da azioni ripetitive che proprio per questo richiedono una continua capacità di mettersi in gioco, prima di tutto come persona, poi come assistente.

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