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La comunicazione non verbale nel lavoro di cura

Gesti, sguardi ed azioni sono gli attrezzi dell'assistente familiare

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Il lavoro di cura si esprime nell’incontro tra due persone e si basa sulla relazione che le persone riescono a creare.

Come dice Paul Watzlawick nel lontano 1967 con il suo libro Pragmatica della Comunicazione Umana, oramai divenuto il testo per eccellenza per chi si occupa di interazioni umane, tutto è comunicazione e pertanto non è possibile non comunicare.

Pertanto, la relazione tra anziano e assistente familiare si basa sulla comunicazione non solo fatta di parole ma di qualsiasi azione volontaria o involontaria che rappresenta un messaggio e per questo esprime un significato. Anche il silenzio, l’assenza, l’indifferenza, la passività sono forme di comunicazione identiche alle altre: esprimono la nostra esigenza di non parlare, di stare soli, il nostro disinteresse, quindi possiedono un valore e un messaggio al quale gli altri non possono non reagire.

D’altro canto tutti sappiamo come la comunicazione non sia uno strumento solo verbale ma si nutra di gesti, sguardi, azioni che rappresentano un vero e proprio modo di comunicare.

Nella relazione di cura, in particolare quando si assiste un anziano o una persona con particolari difficoltà verbali, utilizzare e sapere come usare la comunicazione non verbale è fondamentale per favorire l’instaurarsi di un rapporto di fiducia e accettazione reciproco, che permette a persone con deficit di partecipare, comprendere e rispondere a determinate richieste.

A questo punto, quando assistiamo un anziano, la domanda che dobbiamo porci non è “se” stiamo comunicando, ma “cosa” e “come” stiamo comunicando in quella determinata situazione o contesto.

I messaggi che noi inviamo attraverso la mimica facciale, la postura, piccoli gesti o sguardi, possono favorire o ostacolare la comunicazione e di conseguenza la relazione che si sta creando con la persona di cui ci prendiamo cura.

Se assistiamo persone con deficit neurologici, come la demenza, ricordate sempre che prima l’anziano percepirà i nostri occhi e i nostri gesti, solo dopo le parole che stiamo dicendo. Provate ad immaginare di fare un complimento con la parola “Bravo”, se questa non è accompagnata da un sorriso, una stretta di mano o un tocco sulla spalla difficilmente verrà percepito come un vero complimento. Il gesto che per tutti noi simboleggia “bravo” ovunque ci troviamo è battere le mani.

Dobbiamo tenere presente che i nostri gesti e le nostre parole devono viaggiare nella stessa direzione, essere coerenti tra loro, i nostri occhi devono parlare come le nostre parole. Altrimenti ciò può essere percepito come offesa o derisione dell’altro. Lavorando con gli anziani, la comunicazione non verbale appare un pilastro e ancor più un vero e proprio strumento di lavoro che ci aiuta e consente di rassicurare, ridurre ansia e agitazione e in alcuni casi ci difende da atteggiamenti aggressivi involontari.

Pensate che soltanto il 7% della comunicazione umana avviene mediante la parola, il rimanente 93% avviene attraverso la comunicazione non verbale. Quindi molto spesso basta solo “saper leggere” le espressioni e le posture di chi abbiamo di fronte per comprendere cosa sta provando. Allora non è importante conoscere teorie e fondamenti della comunicazione per lavorare bene ma ricordare di porre attenzione al modo in cui interagiamo e ascoltiamo anche quello che le parole non riescono più ad esprimere.

Che cosa caratterizza la comunicazione non verbale e come usarla nel lavoro di cura?

  • Le espressione del viso: il nostro viso trasmette in in modo evidente e difficilmente può essere frainteso ciò che noi proviamo. Paura, indifferenza, insofferenza o fastidio sono ben chiari a chi ci guarda.
  • I movimenti del corpo e la postura: atteggiamenti di chiusura espressi dal tenere le braccia conserte o porsi dietro alla persona che si assiste non è sinonimo di accoglienza. Immaginate di passeggiare con la persona assistita: porsi davanti a lui perché vi segua o dietro per controllare non è certo come passeggiare accanto a lui! Anche parlare troppo vicino o in piedi se la persona è invece seduta incute soggezione.
  •  I gesti: la maggior parte di noi quando parla usa gesticolare ma l’uso delle mani deve essere coerente con le parole. Dire “stai tranquillo” con una carezza non è dire “stai tranquillo” puntando un dito davanti alla persona!
  • Gli occhi: tante volte ci capita di parlare con persone che tendono ad abbassare lo sguardo o parlano guardando altro, il cellulare è il tipico esempio... cosa si prova: decisamente fastidio in quanto ciò che viene percepito è disinteresse. Stabilire un contatto visivo, non parlare alle spalle di una persona permette a questa di comprendere meglio ciò che stiamo dicendo.
  • Il tatto: toccare una persona non è semplice soprattutto quando questa è in situazione di difficoltà o disagio. Il nostro modo di toccarla suscita sentimenti differenti e deve essere sempre rispettoso e lieve. Ma stringere le mani, abbracciare, dare un colpetto sulla spalla…possono fare la differenza, fanno sentire accolti, compresi, rassicurati, e incoraggiati. Con anziani particolarmente nervosi un movimento leggero e rotatorio sulla schiena tende a calmarli.
  • Il tono della voce: usare un tono troppo alto infastidisce, un tono troppo basso appare incomprensibile. Il tono e la voce possono modificare il significato della parola. Provate a pensare alla parola “bene” e ripeterla in modo dolce o urlando: il significato cambia totalmente.
  •  Lo spazio, ultimo ma non meno importante. Ognuno di noi ha un proprio spazio fisico. Questo si differenzia da persona a persona ed è necessario cercare di non invaderlo. Nel lavoro di cura mantenere integro questo spazio è difficile ma importante. Ci sono persone che accettano volentieri di essere aiutati, altri per cui la vicinanza diventa un fastidio. Prendersi cura di una persona, della sua igiene personale, porta a superare confini privati e provoca disagio, imbarazzo, talvolta negazione e scontro. Ecco allora che le azioni devono essere graduali, lente e ripetitive accompagnate da parole rassicuranti, con una presenza non invadente e rispettosa. Alcuni anziani non accettano di essere vigilati in bagno, si imbarazzano a farsi lavare. Comprendere è l’unico modo per creare fiducia per evitare inconvenienti di difficile gestione e mettere in atto strategie alternative. Mettersi dietro alla porta semi-socchiusa dei servizi per essere pronti ad intervenire se necessario è un compromesso che può essere d’aiuto.

Tutto ciò porta a riflettere e a comprendere quanto il nostro comportamento sia uno degli aspetti più importanti e forse difficili del lavoro di un’ assistente familiare.

Avere pazienza, calma, attenzione, prestare ascolto NON sono caratteristiche personali ma atteggiamenti ed attrezzi di lavoro che possono fare la differenza e permetterci di risolvere situazioni difficili.

E se questo non basta, talvolta può essere utile anche allontanarsi un attimo per ritrovare un umore positivo e disponibile.

La stanchezza, le difficoltà incontrate possono portare a momenti di sconforto e frustrazione ma non scoraggiarsi, confrontarsi e se necessario chiedere aiuto sono passi importanti per il benessere dell'assistente familiare quanto quello della persona assistita.

Certo tutto questo non è la soluzione ad imprevisti, giornate pesanti e problematiche che la quotidianità può riservare ma sono ingredienti essenziali per svolgere un buon lavoro!

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